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Raccontare, accogliere, custodire

  • 23 giu
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 27 giu

Appunti da Parma e Modena sul gusto come destinazione


Labirinto della Masone

«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi.»

Marcel Proust


Sono tornata da Parma e Modena con un taccuino pieno di appunti, qualche bottiglia da ricordare e molte riflessioni che continuano ad accompagnarmi.


Per quattro giorni ho partecipato alla Convention Nazionale delle Donne del Vino, un incontro dedicato al rapporto tra vino, cibo, ospitalità e territori. Temi che sento particolarmente vicini perché attraversano anche il lavoro che porto avanti con Malvasia Pop Up e la mia ricerca sul legame tra cultura enogastronomica, paesaggio e identità.


Tra conferenze, visite guidate, degustazioni, caseifici, acetaie e conversazioni, mi sono ritrovata a riflettere su tre parole che, più di altre, sembrano riassumere l'esperienza di questi giorni: raccontare, accogliere, custodire.


Raccontare i territori attraverso il vino e il cibo. Accogliere chi arriva trasformando un luogo in un'esperienza. Custodire tradizioni, saperi e biodiversità affinché possano continuare a parlare alle generazioni future.

Forse è proprio questo il significato più profondo del tema scelto per la Convention: il gusto come destinazione.


Perché non si viaggia soltanto per vedere un luogo. Si viaggia per comprenderlo.


Le Donne del Vino in visita tra Parma e Modena alla scoperta di cultura e gastronomia

Raccontare i territori


Uno degli interventi che mi ha colpita di più è stato quello di Enza Bergantino (Vice Delegata regionale Emilia-Romagna, Le Donne del Vino), che ha proposto una riflessione sul ruolo delle denominazioni e sul rapporto tra vino, cibo e territori. Tra le molte citazioni che hanno accompagnato il suo intervento, alcune mi sono rimaste particolarmente impresse. Massimo Montanari scrive che "la cucina inizia dove finisce la natura". Luigi Veronelli definiva “i vignaioli dei poeti”, mentre Mario Soldati sosteneva che cercare il vero vino equivale a cercare la vera Italia.


Parole diverse che sembrano convergere verso la stessa idea: il vino non è soltanto un prodotto agricolo. È una forma di racconto. Mi ha colpito in particolare l'espressione "geografia liquida", infatti ogni vino racchiude un paesaggio, una comunità, un sapere tramandato, un clima, una storia. In una bottiglia convivono natura e cultura, lavoro umano e attesa. Forse per questo il vino continua ad affascinarci, perché, in qualche modo, riesce ancora a imbottigliare il tempo.


Un altro concetto emerso con forza riguarda il significato delle denominazioni di origine. Una denominazione non basta a sé stessa. Certifica un luogo, tutela una produzione, ma ha bisogno di essere raccontata. Dietro una sigla esistono persone, paesaggi, tradizioni, scelte e memorie che meritano di essere condivise. Una denominazione certifica un'origine e sono le persone a darle significato e riconoscibilità.



Accogliere i luoghi


Un secondo tema, altrettanto importante, è stato quello dell'ospitalità.


Francesca Fattori (Brand Ambassador & Event Manager di Fratelli Berlucchi) ha raccontato l'esperienza della Franciacorta come destinazione capace di intrecciare vino, arte, paesaggio, cultura e tradizioni. Un territorio attraversato da oltre ottanta chilometri di Strada del Vino che negli anni ha saputo costruire un'identità riconoscibile e accogliente. Il suo intervento era accompagnato da due citazioni che continuano a risuonarmi dentro.


Henry Miller scriveva che "la propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose". Mentre Marcel Proust aggiungeva che "il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi". Ascoltandola ho pensato che forse il compito di chi racconta un territorio non sia semplicemente mostrarlo, ma aiutare gli altri a guardarlo. Tra le parole che ricorrevano più spesso vi erano ascolto, sensibilità, cura, attenzione. Un'idea di leadership femminile fondata sulla capacità di creare relazioni, di mettersi in gioco e di accogliere.


La parola ospitalità affonda le proprie radici nel latino hospes, che racchiude sia chi accoglie sia chi viene accolto. Mi piace pensare che sia proprio questa reciprocità a rendere autentica l'esperienza di un luogo. Forse ospitare non significa mostrare un territorio, ma aiutare qualcuno ad entrarvi.



Custodire il valore dell'attesa


Altro tema importante il valore della tutela.


L'assessore regionale all’Agricoltura e Agroalimentare Alessio Mammi ha ricordato come l'Emilia-Romagna rappresenti una delle realtà europee più ricche di prodotti DOP e IGP. Ma il suo intervento non si è limitato ai numeri.


La tradizione è stata descritta come un patrimonio ambientale, sociale, culturale ed economico. Proteggere un prodotto significa infatti proteggere una una comunità, una biodiversità, un sapere tramandato attraverso le generazioni. Le denominazioni nascono proprio da questa esigenza: dare un nome alle cose, renderle riconoscibili, proteggerne l'autenticità.


Mi ha colpito soprattutto il tema dell'attesa. Per comprendere davvero alcuni prodotti italiani bisogna comprendere il tempo necessario per realizzarli. Pensiamo all'Aceto Balsamico di Modena IGP che può attendere decenni prima di arrivare sulla tavola. In un'epoca che misura tutto in velocità e in risultati immediati, spiegare il valore dell'attesa diventa quasi un gesto culturale.

Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più profondi del vino e del cibo italiani: esistono cose che non possono essere accelerate.



I sapori della memoria


Dopo le parole sono arrivati anche gli assaggi.


Giornate in cui è stato curioso ritrovare nei piatti e nei calici gli stessi temi emersi durante il convegno: l'attesa, la memoria, la cura, il rapporto profondo tra persone e territori. Tra i molti prodotti degustati, alcuni mi hanno colpita in modo particolare. Non soltanto per la loro qualità, ma perché rappresentano perfettamente quell'intreccio tra cultura, paesaggio e tradizione di cui tanto si è parlato durante questi giorni a Parma.


A partire dal Lambrusco, che ho avuto modo di assaggiare nelle sue diverse espressioni territoriali. Un vino che continua a sorprendere per la sua capacità di accompagnare la cucina emiliana, ricca di salumi, paste ripiene e sapori intensi. Tra le varietà che mi hanno incuriosita maggiormente c'è stata l'Oliva, testimonianza della straordinaria biodiversità che caratterizza questo patrimonio viticolo.


Accanto ai vini, il viaggio è proseguito attraverso alcuni dei grandi prodotti simbolo dell'Emilia-Romagna. Dal Prosciutto di Parma DOP, con le sue diverse sfumature di stagionatura e una filiera produttiva che rappresenta una delle eccellenze italiane più riconosciute al mondo, al Prosciutto di Modena DOP, dove il clima dell'Appennino contribuisce in modo determinante alla maturazione del prodotto. Non sono mancati il Salame Piacentino DOP e la Coppa Piacentina DOP, espressioni di una tradizione norcina profondamente radicata nel territorio.


Particolarmente emozionante è stata la visita al caseificio del Parmigiano Reggiano DOP. Seguire le diverse fasi della lavorazione del latte, osservare la formazione della cagliata e comprendere il lungo percorso della stagionatura significa entrare in contatto con uno dei patrimoni gastronomici più straordinari al mondo. Ancora una volta, il tempo si è rivelato un ingrediente fondamentale.


Tra gli assaggi che raccontano la ricchezza della tradizione regionale ricordo anche i tortellini, i cappellacci di zucca ferraresi IGP, il Provolone Valpadana DOP, la Patata di Bologna DOP, la Piadina Romagnola IGP con lo Squacquerone di Romagna DOP e l'Erbazzone Reggiano IGP.

A chiudere il percorso, la dolcezza delle Ciliegie di Vignola IGP e delle Angurie Reggiane, espressioni di una biodiversità agricola che continua a caratterizzare il paesaggio emiliano-romagnolo.


Anche nei calici ho ritrovato vini che parlano profondamente del loro territorio. L'Ortrugo, il Pignoletto e, naturalmente, la Malvasia Casalini, conosciuta anche come Odorosissima. Vini della tradizione, autoctoni, capaci di raccontare una storia fatta di identità, memoria e appartenenza.


Più che una semplice degustazione, è stato un viaggio attraverso paesaggi, persone e culture che continuano a vivere attraverso ciò che portiamo in tavola.



Uscendo dal labirinto


L'ultima immagine che porto con me da questi giorni a Parma non è un vino, né un piatto. È il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, dove si è svolta la cena di gala della Convention. Per Franco Maria Ricci il labirinto non era semplicemente un giardino o un'opera architettonica. Era un simbolo esistenziale, nato anche dal dialogo con Jorge Luis Borges, uno degli scrittori che più hanno riflettuto sul tema del labirinto come metafora della vita, della ricerca e dell'incertezza.


Camminando tra i sentieri di bambù ho pensato che un labirinto assomiglia molto al modo in cui conosciamo un territorio. Non è una linea retta, ci si perde, si cambia direzione, si torna sui propri passi e si scoprono prospettive inattese.

E spesso le cose più interessanti non si trovano all'arrivo, ma lungo il percorso.

In questi giorni ho incontrato donne, imprenditrici, produttori, vini, prodotti e storie capaci di raccontare la straordinaria ricchezza dell'Emilia-Romagna e del patrimonio agroalimentare italiano.


Per questo desidero ringraziare l'Associazione Nazionale Le Donne del Vino per aver creato un'occasione di incontro e confronto autentica, dove il vino e il cibo diventano strumenti per parlare di cultura e persone.


Torno a Venezia con nuovi spunti, nuove idee e la voglia di continuare a esplorare questi intrecci tra territori, tavola e identità.


Proprio come in un labirinto, il valore non sta soltanto nell'uscita.

Sta nel cammino.

 





 
 
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